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Capitolo Otto. I Greci e gli altri.

Abbiamo gi accennato ai possibili rapporti tra la filosofia  greca
e  il pensiero orientale e all'influenza che quest'ultimo pu avere
esercitato sui pensatori greci di epoca arcaica, in particolare  su
Eraclito.(1)
     Abbiamo  anche  sottolineato i contatti diretti fra  esponenti
dello stoicismo e dello scetticismo con il mondo dell'induismo e il
relativo  affacciarsi  nella  cultura occidentale  di  temi,  quale
quello  dell'ascesi,  cio dell'esercizi(2),  per  distaccarsi  dai
beni del mondo sensibile e godere di una superiore beatitudine.
     Ma altri e forse pi importanti incontri della filosofia greca
sono  destinati  a  segnare  la storia della  cultura  occidentale:
quello con il mondo romano e quello con il cristianesimo.
     
La fine di un ciclo.
     
Con  le  "scuole"  dell'et ellenistica si chiude  un  ciclo  della
filosofia greca, durante il quale si sono poste in maniera autonoma
e originale le basi della nostra cultura.
     Nel  corso  dei  secoli che vanno dal quinto al  terzo  avanti
Cristo   abbiamo  assistito  a  una  crescita,  per  certi  aspetti
vertiginosa,  della riflessione filosofica e a un dialogo  serrato,
fortemente  polemico, tra le varie "anime" della  filosofia  greca.
Questo  dibattito  spesso  ha  visto  come  interlocutori  filosofi
vissuti  in  secoli  differenti, dando quasi l'impressione  di  una
negazione del tempo, o comunque di una sua compressione.
     Se   vero che non si deve perdere il "senso della storia",  
anche  vero  che i testi di Platone e Aristotele hanno  tuttora  un
senso  che  possiamo intendere e discutere, come faceva Machiavelli
nel  suo  esilio  a  Sant'Andrea  in  Percussina,  nei  pressi   di
Firenze.(3)  Il  "senso della filosofia", cio aprire  e  mantenere
aperti  problemi che impegnino l'uomo nella ricerca e nel confronto
continui,  nato in Grecia nei secoli dell'et classica, ad  essi  
sopravvissuto, come  sopravvissuto alla nascita e alla morte degli
imperi e alle radicali trasformazioni delle societ.

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Roma e il predominio della politica.
     
Il   nucleo  originario  della  filosofia,  anche  se  estremamente
articolato  e contraddittorio all'interno, ha comunque una  propria
forma di unit(4) e omogeneit, che  messa in evidenza soprattutto
dall'incontro  con  le  altre culture, in  particolare  in  seguito
all'espansione del dominio di Roma.
     La  filosofia  greca,  fino dal suo inizio,  aveva  attribuito
molta  importanza  alla  politica: abbiamo  visto  i  filosofi  pi
antichi,  come  Pitagora o Empedocle, impegnati direttamente  nelle
vicende  delle  loro  citt;  per i  sofisti,  poi,  scienza  della
politica  e  filosofia  sembrano quasi  coincidere.  A  partire  da
Socrate,  infine,  il lavoro del filosofo, cio  la  ricerca  e  la
riflessione sulla Verit, non pu esimersi dal trarre conclusioni e
dal  dare  indicazioni  anche  sul  piano  della  politica.  Ma  la
"politica  dei  filosofi" raramente coincide con la  "politica  dei
politici" - cio di coloro che governano effettivamente gli stati -
e   inoltre,  essendo  un  frutto  della  riflessione  sul   Tutto,
presuppone il supporto di una forma di epistme.
     I   Romani   partono   da  una  certezza  di   tipo   diverso:
l'incontrovertibile  realt del loro dominio politico  e  militare.
Quando  si  rivolgono  alla  filosofia  lo  fanno  per  cercare  un
fondamento  a  una  realt  politica sostanzialmente  definita:  il
rapporto  tra  filosofia  e  politica che  si  era  sviluppato  nel
pensiero greco classico viene ad essere pertanto rovesciato.
     E  questo  spiega - come vedremo pi in dettaglio nel capitolo
successivo - in che modo le differenziazioni e le polemiche tra  le
diverse  scuole  si sfumino e la filosofia si presenti  sempre  pi
come sintesi di diverse posizioni, in cui si uniscono atteggiamenti
platonici  e aristotelici, scettici e stoici. Non a caso  in  epoca
romana  per definire gran parte della riflessione filosofica  viene
usato il termine eclettismo. D'altra parte, per, l'eclettismo,  in
quanto  scelta  e unificazione di pi princpi presi dalle  diverse
scuole  filosofiche,(5)  mostra che le differenti tendenze maturate
nella  filosofia  greca  avevano una base  comune,  un  livello  di
omogeneit che consentiva la sintesi o il semplice accostamento  di
princpi  diversi.  Posso  sommare rose  ed  elefanti  solo  se  li
considero  per  quello in cui sono omogenei, ad esempio  in  quanto
organismi viventi.
     I  Romani,  quindi, assumono il modo di pensare teoretico  dei
Greci,  incentrato  sulla  ricerca  di  ci  che  permane  e  sulla
contrapposizione  fra  questo  (l'eterno)  e  ci  che   muta   (il
divenire).  Nell'adesione  agli  schemi  concettuali  greci,   Roma
attribuisce  a  se  stessa, alla realizzazione del  suo  impero,  i
caratteri  dell'Essere, primo tra tutti quello  dell'eternit.  Nel
primo secolo avanti Cristo Cicerone aveva teorizzato l'identit fra
il  diritto  naturale  e il diritto romano;  all'epoca  di  Augusto
prende  corpo  l'espressione  aeterna  urbs  ("citt  eterna")  per
definire  Roma(6)   e il suo ruolo nel mondo. E  questo  attributo,
dissolto  l'impero, rimarr comunque alla citt di Roma, in  quanto
centro e guida della cristianit.

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Il cristianesimo e il predominio della fede.
     
Nella  Lettera ai Romani, che si pensa scritta nel 57 dopo  Cristo,
successivamente  al  suo apostolato fra i  Greci,  Paolo  di  Tarso
dichiara esplicitamente l'intenzione di diffondere il Vangelo anche
aRoma:  "Io  sono  debitore di qualcosa a tutti, Greci  e  barbari,
sapienti  e ignoranti; e quindi per quanto sta a me, io son  pronto
ad annunciare il Vangelo anche a voi che siete in Roma"(7) .
     Il Vangelo  lo strumento per la salvezza "prima del Giudeo  e
poi  del  Greco"(8);  ma sia chiaro, afferma  Paolo,  che  i  Greci
dovranno  abbandonare la loro sapienza, che si  dimostrata  essere
stoltezza:  ritenendosi  sapienti  hanno  tenuto  imprigionata   la
Verit.(9)  Contro la falsa sapienza dei Greci, l'apostolo  propone
la  fede  come  strumento per raggiungere Verit  e  salvezza:  "il
giusto vivr per mezzo della fede".
     L'incontro  tra filosofia greca e cristianesimo sembra  quindi
configurarsi come scontro frontale, opposizione netta: la  sapienza
dei  Greci   stoltezza; per questo sono stati abbandonati  da  Dio
alle pi turpi passioni, ai pensieri pi perversi.(10)
     Ma  nel  momento stesso in cui sottopone il pensiero  greco  a
questa durissima critica, il cristianesimo accetta implicitamente -
come  aveva  fatto lo scetticismo - il confronto anche sul  terreno
della  filosofia. Questo far s che strutture concettuali  tipiche
del  modo di pensare dei Greci passino nel cristianesimo, fino  dal
primo definirsi del suo assetto dottrinario.(11)
     Due  strumenti  di diversa natura, la ragione e  la  fede,  si
contendono il primato per il raggiungimento dello stesso obiettivo,
la  Verit.  Il  tentativo di definire un rapporto di compatibilit
tra  fede  e  ragione  caratterizzer la  filosofia  dell'Occidente
cristiano  non  solo  in  epoca  medievale,  ma  anche  nei  secoli
successivi.
     
Ripresa e variazioni  dei temi centrali della filosofia greca.
     
Nella  cultura romana, in quella cristiana e, a partire dal settimo
secolo,  anche in quella araba, assistiamo, quindi, a  un  continuo
riemergere  dei  temi  centrali del pensiero greco:  la  conoscenza
(attraverso la ragione e/o la fede) della Verit; il rapporto

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fra  l'Essere, immutabile ed eterno, metafisico e spirituale, e  il
mondo del divenire, cio i corpi materiali e sensibili, che nascono
e  muoiono. Anche gli "strumenti" di conoscenza messi a  punto  dal
pensiero  greco,  quali  la  logica,  le  indagini  naturalistiche,
l'astronomia, trovano una continuit di utilizzazione - e in alcuni
casi un affinamento - nella cultura medievale.
     Nei  capitoli  che  seguono  tracceremo  le  linee  essenziali
dell'affermazione  del  pensiero greco nel  mondo  romano  e  nella
cultura  cristiana del Medioevo e del periodo umanistico,  cercando
di  mettere  in evidenza i non pochi momenti in cui la  riflessione
filosofica ha prodotto frutti originali.

